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Incipit enigmatico.
Un attacco curvato al misterioso (cosa è accaduto di irrimediabile?) per un libro dal titolo (bello) ironicamente esplicativo, da leggere quasi come il referto finale di un’analisi positivista sulla condizione del vivere. In realtà questo più che un incipit è una sorta di prologo nel quale un narratore esterno, dopo aver detto che a pensarci bene anche quando tutto è accaduto, si fa sempre in tempo a rimediare, ci rivela che l’uomo è un medico, si chiama Giacomo Andreatti, ha quarantotto anni e «la storia che vorrebbe raccontare è la sua» e «comincia alla pagina seguente ». Ed è appunto dalla pagina successiva che prende l’avvio il racconto vero e proprio, un lungo racconto, che dipana con passo sicuro ma non prevedibile una vicenda assai tesa e tortuosa. A narrarla in prima persona è il protagonista, Giacomo Andreatti, medico di base, scrittore per hobby (tale egli vuole essere considerato, pur avendo centrato un successo pieno con il suo libro d’esordio) che vive con la moglie e due figli a Bologna, dove ha studiato e si è laureato.
Un libro che ha spessore e verità
Fin dalle prime battute della sua narrazione scopriamo che l’azione del romanzo si svolge in un tempo immaginario, spostato in avanti di qualche decennio rispetto al nostro: una anziana paziente gli dà la notizia che in Inghilterra William ha abdicato in favore della sua primogenita Elisabetta, simile in tutto e per tutto a Diana. Subito dopo, la molla che fa scattare l’intreccio: una telefonata del fratello Giorgio che gli annuncia la morte del loro anziano padre, un tempo potente e rispettato presidente della Provincia. Giacomo torna così a Trento, sua città natale, da cui si è tenuto lontano per ben venticinque anni. Anche qui sono avvenuti molti cambiamenti, sia paesaggistici che sociali. Alcuni li coglie d’emblée. Per esempio le turbofunivie che si inerpicano tra sentieri e forre, l’enorme cupola della serra comunale e un minareto che svetta più alto delle torri storiche e dei campanili della città. Altri li scopre progressivamente: l’inceneritore, il cui fumo maleodorante ristagna sul capoluogo e i sobborghi; l’onnipresenza della milizia provinciale; il fatto che sia stata abolita ogni forma di imprenditoria privata e che tutte le attività economiche e politiche siano nelle mani di una sola, gigantesca, abnorme azienda – istituzione, la “ReziaCom”, sul cui stemma troneggia il motto Comunità, Identità, Stabilità. Tuttavia, al di là di questi cambiamenti, ciò che appare centrale nel racconto via via più drammatico di Giacomo è il rimescolio che il ritorno a Trento provoca in lui. Da questo turbamento nasce il bisogno di far luce su un oscuro episodio del passato che lo aveva visto coinvolto insieme al fratello Giorgio, a Elisa la sua ragazza di allora e a un imprenditore morto in circostanze mai del tutto chiarite. Quell’episodio allunga ancora la sua ombra cupa sul presente, coinvolgendo di nuovo gli stessi attori, in un contesto caratterizzato da ciniche manovre di potere e da un sordido miscuglio di politica, affarismo, stampa e religione. Alla fine Giacomo riuscirà faticosamente a scoprire una verità inquietante che lo obbligherà a prendere una difficile decisione. “Le meccaniche dell’infelicità” è un libro di grande compattezza, che si legge con interesse crescente e il cui fascino discreto risiede in una suspense che dura impalpabile come un pulviscolo, fino all’ultima pagina; un libro che ha spessore e verità, che viene da lontano, dal profondo di meditazioni disincantate sulla natura umana e sulla complessità della vita. Pino Loperfido si dimostra scrittore disposto a osare molto in chiave di fantasia pur rimanendo saldamente accampato nella più corposa realtà. (Giuseppe Colangelo - Didascalie))
Rating: [5 su 5 stelle!] |
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